Fiamma Nirenstein JCall loons Pro-Israel

JCALL DOCUMENT SPURS PETITION TO STAND UP FOR ISRAEL…….

H/T Anna

“STAND FOR ISRAEL, STAND FOR REASON”

The attack against Israel by the Jcall document is inspired by a short-sighted view of the history of the Arab-Israeli conflict. In fact, the signatories of this appeal do not have the clear perception of the global physical and moral threat to which Israel is currently exposed. It is indeed incredible that intelligent and cultivated people like Alain Finkelkraut and Bernard-Henri Levy – instead of dealing with Iran that will soon keep the whole world under the threat of the range of its atomic bomb – play with the idea that Benjamin Netanyahu is the true hindrance to peace, that the essential obstacle to a resolution of the conflict is a reproachable attitude of Israel. The intellectuals who have signed the French manifesto ignore history and don’t care about the help that it will give and is already giving to the unprecedented delegitimization threatening the life of Israel.
Pushing Israel to concessions without rewards, simply means to surrender the enemy without any guarantee: the unilateral withdrawal from Gaza has produced disastrous consequences, the land Gush Katif inhabitants has been kicked out from, is since then a launching pad for missiles and terrorists; Ehud Barak’s concessions in Camp David, designed to give Arafat practically everything he was asking for, led to the horror of the second Intifada, with its two-thousand people killed by suicide terrorists, shootings and rocket attacks; the evacuation of Southern Lebanon in 2000 strengthened the Hezbollah, supplied them with more than 40,000 missiles and led to the 2006 war.
Finkelkraut, Henri Levy and their fellow signatories claim that they are concerned about the future and the security of Israel. But they actually ignore the basic element that has prevented success of any peace process, namely the Arab and Palestinian refusal to recognize the very existence of the State of Israel as a permanent nation-state in the Middle East. This all-encompassing rejection of Israel’s right to exist is reflected day by day in the Palestinian and pan-Arab media.
The attack against Netanyahu aims at breaking up his right wing coalition. But it actually never mattered whether an Israeli government was right or left wing: anyhow the Palestinians refused any proposal of peace.
Israeli land concessions like the ones the French intellectuals advocate, will never bring peace. Only a cultural revolution in the Arab world can achieve it, but nobody asks for that, not even Obama, who devotes US great strength to pressure only Israel. This is the current fashion.
Peace will not come because Israel becomes smaller. What will bring us closer to peace is if Palestinian Authority leader Mahmoud Abbas stops naming public squares after mass-murderers like Hamas bombmaker Yehiya Ayash; if the Palestinians stop passing out candies when Jewish families are murdered by suicide bombers in restaurants; and when the Arab world accepts Netanyahu’s modest request to recognize the State of Israel as the State of the Jewish people.
This reality is ignored as well by the Israeli intellectuals who have signed a document attacking the Nobel Peace Prize laureate Elie Wiesel, who wrote a very noble letter to support Jerusalem as the spiritual core and historical homeland of the Jewish people.
This sadly politically correct epidemic is probably designed to give some oxygen to the defeated pacifist movement that is actually able only to crash against the rock of the Islamist hatred culture and to defame Israel. But in this approach there is no contribution to any better future for the Middle East: the world must find the courage to face the new Islamist frenzy that springs from Iran, Syria, Hezbollah and Hamas and points to the destruction of Israel. Iran and its allies are of course arming themselves with lethal weapons, not with vain words, like those who signed “The Call for Reason”. But even words can kill and destroy.
The signatories of the J-Call manifesto show a blatant ignorance of the extended hand policy adopted by Netanyahu since his Bar Ilan speech in June 2009, the ten-months settlements freeze, the lifting of many check points and the adoption of important measures to ease the Palestinian economy. And you can clearly see that the “Finkelkraut document” has an Obama flavour, a prissy and respectable trendy attitude intellectuals are often unable to say no. This makes possible nowadays to the increasing number of Israel’s enemies to delegitimize the Jewish State by claiming that “even the Jews are with us”. If this was the signatories’s goal, they have indeed achieved it.
Sincerely,
The original petition in Italian is available below the fold.

“CON ISRAELE, CON LA RAGIONE”

L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale. E’ addirittura incredibile che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica, bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia concretamente la vita di Israele.
Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.
Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di preoccuparsi per il futuro e la sicurezza d’Israele, ma di fatto ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area. Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’ divenuta la moda di questo tempo.
L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai contato nulla che un governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.
Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome dell’arciterrorista Yehiya Ayash, finché il mondo palestinese non smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo Stato del popolo ebraico.
Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.
E’ una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele. Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro l’angolo, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell’”appello alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.
Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica della mano tesa di Netanyahu con il discorso di Bar Ilan e il congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.
Primi firmatari/first signatures:
Fiamma Nirenstein (giornalista e deputato), Giuliano Ferrara (direttore de Il Foglio), Paolo Mieli (presidente Rcs Libri, ex direttore del Corriere della Sera), Angelo Pezzana (giornalista, informazionecorretta.com e Libero), Ugo Volli (semiologo, Università di Torino), Shmuel Trigano (professore, Universités à Paris X-Nanterre), Giorgio Israel (Università La Sapienza), Giulio Meotti (giornalista, Il Foglio), Gianni Vernetti (deputato, ex Sottosegretario agli Esteri), Peppino Caldarola (giornalista), Alain Elkann (scrittore, consigliere Ministero Beni Culturali), Carlo Panella (giornalista, Il Foglio), Emanuele Ottolenghi (Senior Fellow, Foundation for the Defense of Democracies), Daniele Scalise (giornalista), Giancarlo Loquenzi (Direttore, l’Occidentale), Edoardo Tabasso (professore, Università di Firenze), Leonardo Tirabassi (presidente Circolo dei Liberi Firenze, Fondazione Magna Carta), Giacomo Kahn (Direttore mensile Shalom), Magdi Allam (parlamentare europeo), Luigi Compagna (senatore), David Cassuto (ex vicesindaco di Gerusalemme), Riccardo Pacifici (presidente Comunità Ebraica di Roma), Anita Friedman (Associazione Appuntamento a Gerusalemme), Leone Paserman (presidente della fondazione Museo della Shoah di Roma), Massimo Polledri (deputato), Enrico Pianetta (deputato, Presidente Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele), Alessandro Pagano (deputato), Dore Gold (President, Jerusalem Center for Public Affairs, former Ambassador of Israel to the UN), Norman Podhoretz (Writer, Editor-at-Large, Commentary Magazine), Michael Ledeen (Freedom Scholar, Foundation for Defense of Democracies), Barbara Ledeen (senior advisor, The Israel Project), Phyllis Chesler (Emerita Professor of Psychology and Women’s Studies, City University of New York), Nina Rosenwald (Editor-in-Chief, www.hudson-ny.org), Harold Rhode (esperto di Medioriente, ex Pentagono) Caroline Glick (editorialista, Jerusalem Post), Rafael Bardaji (Foreign Policy director, FAES Foundation), Raffaele Sassun (Presidente Keren Kayemeth LeIsrael Italia), Max Singer (a founder and Senior Fellow, Hudson Institute), George and Annabelle Weidenfeld (President, Institute for Strategic Dialogue), Anna Borioni, (associazione Appuntamento a Gerusalemme), Efraim Inbar (Director, Begin-Sadat Center for Strategic Studies), George Jochnowitz (Professor emeritus of Linguistics, College of Staten Island)

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